Concetto curatoriale

Il bivacco sul mare

Christiane Rekade


Costruito quasi 50 anni fa a 2.510 m di altitudine per offrire a alpinisti, squadre di soccorso e gruppi di scialpinisti protezione e alloggio in caso di condizioni meteorologiche avverse, il bivacco Günther-Messner porta il nome del fratello del famoso alpinista Reinhold Messner, tragicamente perito sull’Himalaya nel 1970. Oggi, nel 2019, questo bivacco si sposta dai piedi della parete nord della Gran Vedretta fino all’isola di San Servolo a Venezia.

Come un UFO, questa struttura in lamiera arancione appare nel centro della città lagunare. Un oggetto sconosciuto in un ambiente così particolare, che tra la sue quattro consunte pareti metalliche non porta solo storia/e, avventure, incontri e oggetti, ma anche (future) visioni, sogni e idee dalle montagne altoatesine alle rive del Mediterraneo. Ad animare il bivacco nella sua permanenza estiva in questo scenario insolito non ci sarà una comitiva di alpinisti, ma sette artisti.

Il bivacco – il cui nome deriva dal termine tedesco “Beiwache” – è, in campo militare come in ambito alpinistico, un rifugio di fortuna dotato dell’essenziale e caratterizzato da un’architettura minimale. Il tipico “bivacco alpino” è costituito da un piccolo modulo abitativo in lamiera piana o ondulata, legno o plastica, che contiene il maggior numero possibile di posti letto ed è visibile da lontano. La struttura, dotata di un minimo isolamento termico, presenta un piccolo ingresso posto sulla parete meno esposta. Solitamente nei bivacchi si trovano coperte, candele, pale da neve, alcune provviste di emergenza e un “libro di bivacco”, più raramente un telefono, una stufa o un forno. La struttura non è dotata né di acqua corrente né di servizi igienici.

Struttura minima, massimo spazio immaginativo
In alta montagna, le strutture di bivacco vengono solitamente costruite in luoghi di transizione, presso valichi e forcelle. Solo pochi si trovano sulle cime delle montagne. I bivacchi sono posti dove gli sforzi e i pericoli sono più grandi, nei luoghi in cui l’obiettivo non è ancora raggiunto, là dove l’ascensione deve ancora essere affrontata, tra i piedi della montagna e l’obiettivo finale.

Queste metalliche capanne arancioni si trovano in uno spazio intermedio tra inizio e fine, sono sempre aperte, offrono protezione, ritiro, sosta e riposo.
Delle Alpi altoatesine (quelle montagne che esattamente cento anni fa, nel trattato di Saint Germain stipulato dalle potenze vincitrici al termine della prima guerra mondiale, venivano elette a confine tra Italia e Austria, influenzando in modo decisivo la turbolenta storia dell’Alto Adige) il bivacco Günther Messner giunge alla città lagunare di Venezia. Nonostante ci siano 2.510 m di dislivello tra la collocazione originale e quella scelta dall’artista, il contesto si mantiene crocevia di rotte di transito e migrazioni.

Con il trasferimento del bivacco dal suo luogo di origine, ma anche con i limiti della sua architettura minimale, il potenziale e il significato intrinseco di questa struttura diventano ancora più chiari. Il progetto espositivo mira a mettere in discussione il bivacco come struttura architettonica, ma anche la sua natura di spazio di ritiro e di pensiero.

Agli artisti spettano due sfide: occuparsi di uno spazio espositivo piccolo e minimamente attrezzato, caratterizzato da particolari condizioni (sempre aperto e non custodito, non climatizzato) e, allo stesso tempo, utilizzarlo come il più grande degli spazi di pensiero e immaginazione possibile.